Tutti gli errori del mio primo anno da freelance - BrunoBarbieri.eu
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Tutti gli errori del mio primo anno da freelance

È ormai passato più di un anno dall’inizio della mia attività di freelance. Ora, che con il ferragosto è iniziato veramente il nuovo anno lavorativo, è arrivato il momento di fare un bilancio

Queste mie riflessioni hanno iniziato a maturare a Giugno, in seguito alla meravigliosa esperienza del FreelanceCamp 2013 di Alessandra Farabegoli, Miriam Bertoli e Gianluca Diegoli, un meeting di freelance in un locale sulla spiaggia di Marina Romea (Ravenna).

freelancecamp 2013

Il valore della condivisione del sapere che ne è uscito è davvero enorme: tutti straordinari gli interventi avvenuti in un clima informale, fatti da persone straordinarie che hanno condiviso le proprie esperienze e professionalità. Mi è dispiaciuto non essere stato in grado di preparare un mio intervento, essenzialmente a causa degli impegni dovuti a due motivi (e ancorpiù mi rammarico, e chiedo scusa ai partecipanti, di non aver potuto prendere parte alla seconda giornata). Il primo, il giorno dopo era previsto un evento organizzato da me e dal mio “network“: un concerto di un quartetto d’archi di fama internazionale, il quartetto Archimede, tenuto nella chiesa di San Gregorio a Treviso, la mia città: faccio parte del comitato di gestione di questo luogo, recuperato grazie al contributo del Fondo per l’Ambiente Italiano nel momento in cui si trovava in un grave stato di degrado, sebbene vi fossero contenute opere di assoluto rilievo, tra cui una pala di Jacopo Palma il Giovane.
Il secondo motivo? Sarà oggetto dell’analisi degli errori commessi nel mio primo anno da freelance.

Al camp ho avuto conferma e rassicurazione di una mia convinzione, e cioè che per chi lavora nel web scambio e condivisione sono strumenti di crescita, nonché un incubatoio di stimoli ed idee, fondamentali per chi fa il nostro lavoro. Questa libertà, che è libertà non solo di organizzazione del proprio tempo e spazio lavorativo, ma soprattutto libertà di formazione e auto-formazione, è evocata anche nell’etimologia della parola freelance.

La qualità costa fatica, è un concetto che si impara a partire dalla fiaba dei tre porcellini: il porcellino che se ne stava straiato davanti la sua casa di paglia costruita con poca fatica viene attaccato dal lupo ed è costretto a rifugiarsi nella casa di mattoni del fratello, costata un lungo e faticoso lavoro.

Troppe, a mio avviso, le aziende nelle quali il capitale umano non viene valorizzato in quanto si pensa di ricondurre il processo produttivo del web alle logiche della catena di montaggio, nella quale la figura umana non è capitale umano ma semplice elemento di un meccanismo, sostituibile a piacimento in quanto appunto semplice meccanismo che segue delle direttive. Tuttavia freelance rimane anche chi da freelance è nato, ma poi si è trovato a dover crescere. Rimane allora un atteggiamento, una filosofia, anche per chi si è trovato a “fare impresa”.

Cosa ho imparato nel mio primo anno da freelance

Regola n.1: la qualità di ciò che fai è ciò che identifica chi sei. Un freelance non sopravvive senza di essa.

Fare il freelance può dare enorme energia: impossibile per un freelance adagiarsi sul lavoro, perché riceve costantemente stimoli a fare meglio, ad allargare i propri orizzonti. Ma, se ci si affida a collaboratori sbagliati, si possono creare situazioni di grande frustrazione.

Regola n.2: è fondamentale sviluppare subito la capacità di affidarsi ai collaboratori giusti

Per me “collaboratore” può essere sia cliente (“out”) che fornitore (“in”): i fornitori fanno parte della squadra, che si viene a creare in ogni progetto. Ma anche il cliente, per il freelance, fa parte della squadra. E nei lavori di squadra tutti devono contribuire per poter ottenere un risultato positivo. Il cliente è un anello importante, perché è quello che permette al progetto di sopravvivere dal punto di vista economico. Per un freelance le “fregature” sono sempre dietro l’angolo: per questo è vitale la prossima regola

Regola n.3: è fondamentale non sbagliare nel dividere le persone in buone e cattive (stando alla larga da quelle cattive)

Le persone cattive sono quelle che non riconoscono il valore del servizio che hanno ricevuto, quelle che ti impediscono di eseguire correttamente il lavoro che non raggiunge la qualità che avresti voluto e che pure hai garantito. Sono cattive perché provano a distruggere l’energia positiva che è in te. Perdere l’energia positiva ti farebbe scendere tra il gruppo dei cattivi.

Gli errori commessi (e che non commetterò più in futuro)

  • eccessiva disponibilità, che porta facilmente all’overbooking. Non intendo cattiva organizzazione, ma proprio cercare di aiutare le persone oltre la soglia di ciò che è ragionevole. Ne consegue uno scadimento delle energie a disposizione, disperse inutilmente perché quelle stesse persone che hai aiutato non si sono messe nelle condizioni di farti del bene.
  • eccessiva fiducia. Vorrei mettere quasi tutti nel gruppo dei buoni, ma la triste realtà insegna che i più sono cattivi: è importante diffidare il giusto e tenersi pronti a difendersi, non appena necessario.
  • pianificazione ottimistica. Prevedere sempre un piano accurato per gli imprevisti che potrebbero accadere al di fuori della proprio controllo

 

2 Comments
  • Giovanna
    Posted at 14:02h, 26 agosto

    Tutto quello che dici è giustissimo, mi permetto di aggiungere ancora un paio di cose:

    1. Bisogna imparare a sviluppare un certo “fiuto” che ci permette di capire quali sono i clienti buoni e quali sono i clienti rompiballs che ci causerebbero solo rogne e una serie infinita di problemi. Di conseguenza avere il coraggio di rifiutare categoricamente le proposte di lavoro da parte della seconda tipologia di clienti.
    Il nostro mantra deve essere: pochi ma buoni!
    All’inizio è difficile rinunciare a un lavoro.. ma vedremo presto i frutti di questa sana selezione.

    2. E’ vero che il modo migliore per produrre un lavoro qualità è quello di fare squadra con il cliente. E’ bene instaurare con i clienti un buon rapporto, mantenere un tono informale e magari anche andare a fare un aperitivo o a bere una birretta mentre discutiamo gli sviluppi del lavoro.
    Ma dobbiamo sempre mantenere una certa autorità, chiarire che il nostro rapporto è di natura esclusivamente lavorativa e stabilire dei paletti oltre i quali il cliente non può spingersi. Altrimenti c’è il rischio che il cliente ci scambi per i suoi migliori amici e inizi ad avanzare richieste assurde, tipo pagarci il lavoro con una cena di pesce!

  • Bruno Barbieri
    Posted at 14:54h, 26 agosto

    Grazie per il tuo commento!
    I pagamenti in “natura” mi mancano, in compenso ho ricevuto proposte di pagamento “in base ai risultati”. Chi decideva i risultati era il cliente: a questa categoria ho sempre risposto dicendo che la robustezza della catena dipende dal suo anello più debole, non quello più forte.

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